tempi. Giovedì 02 Settembre 2010 
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L’Opera degli uomini

Poeti, ebanisti, assemblatori, pasticceri, calciatori. Sono i reclusi del carcere più grande d’Europa che hanno rinunciato all’“alibi”. Fidandosi di un direttore che crede nel lavoro. E nelle persone

di Elena Inversetti
«Qui è l’unico posto in Italia dove i cinesi che lavorano sono messi in regola». Le risate che seguono rompono l’aria liquida del laboratorio di assemblaggio elettronico, dove la temperatura supera i 35 gradi. Siamo nel cuore della casa di reclusione di Opera, alle porte di Milano. La più grande d’Europa. Qui arrivano, e ci restano, detenuti che devono scontare pene lunghe. Molte le misure di sicurezza, perché una buona fetta dei carcerati è collegata alla criminalità organizzata. Attualmente i detenuti sono 1.217, di cui 46 ammessi al regime di semilibertà, ma la capienza del carcere è di 1.500 posti. È qui che “soggiornano” nomi illustri come Renato Vallanzasca, il bandito che millantava di avere uno stuolo di fan tanto scatenate da brandire fra i denti le proprie mutande, e Totò Riina, che si vocifera passi le giornate a giocare a carte e leggere la Bibbia. Ma saperne di più è impossibile. L’unica cosa che si può vedere sono le mura dietro le quali risiede Antonino Giuffrè, noto pentito di Cosa Nostra, e che fino a poco tempo fa ospitavano Roberto Savi, il leader della banda della Uno bianca.
Tempi invece incontra un gruppo di detenuti al lavoro. «Facciamo i monitor dei computer per la Samsung». Scherzano volentieri tra loro e con il direttore che ci accompagna in questa visita inusuale. Giacinto Siciliano, che risponde alle battute minacciando con un sorriso di «allungarvi la carriera», già direttore a Trani, Monza e Sulmona, tiene a precisare che bisogna «allontanarsi dalla scrivania e vivere il carcere». Adesso capiamo la fiducia che i carcerati mostrano nei suoi confronti. Sentimenti che non può simulare chi è abituato alla dura vita dietro le sbarre, di cui i frequenti tatuaggi, che colorano preferibilmente gli avambracci, portano le tracce. Lungo i corridoi, dove il silenzio è rotto dall’eco prodotto dallo schianto dei cancelli che si chiudono dietro di noi, Siciliano saluta le guardie, stringe mani, si informa su dove andranno in ferie. E mentre si attarda con un agente, i lavori di stucco alle pareti procedono. Si sta preparando infatti lo spazio per una mostra fotografica all’interno dell’istituto, dove già ci sono numerosi dipinti a muro realizzati da alcuni detenuti, liberi di scegliere i soggetti più diversi. Più in là, invece, altri detenuti, sempre sotto stretta sorveglianza, si improvvisano imbianchini. «Qui niente è improvvisato», corregge Siciliano, «quando i detenuti imparano un lavoro lo imparano bene».
Oltre alle mansioni di pulizia e manutenzione del carcere, una buona percentuale di loro viene occupata a tempo pieno in attività lavorative, come dipendenti di cooperative sociali che fanno da tramite alle aziende oppure direttamente delle imprese che decidono di investire qui. È stato appena aperto da Ascrim, ad esempio, il laboratorio di gelateria artigianale che funziona anche come pasticceria, mentre gli scatoloni accatastati con ordine alle pareti del laboratorio dall’altra parte del corridoio contengono le ricette mediche che la Regione Lombardia ha deciso di far vidimare qui. Di fronte a noi, invece, un vano più piccolo ospita un gruppo di artigiani del legno. «Hanno imparato l’intarsio da un vecchio maestro e dopo la sua scomparsa hanno continuato il lavoro insegnandolo ai nuovi arrivati».

«Altrimenti ci licenziano»
Lo spirito di cooperazione non manca anche in uno degli altri laboratori di assemblaggio di elettronica dove, se gli dai il là, i detenuti iniziano a raccontare e non si fermano più, perché «lavorare invece che stare in cella tutto il giorno è fondamentale per poter resistere. Io sono qui da 14 anni. E grazie a questo lavoro mando un po’ di soldi alla mia famiglia, così sono meno di peso. Vede, stare qui senza far niente è come essere dei malati che vanno mantenuti». «E poi si impara un mestiere. Io non ho mai lavorato prima. Qui dentro invece mi sono dovuto rimboccare le maniche. Arriva il momento in cui devi prendere una decisione, devi crescere». «E visto che ci viene data questa possibilità, perché non accettarla? Dobbiamo rispettare delle regole, la tempistica del nostro datore di lavoro, garantire la qualità del prodotto, altrimenti ci licenziano». «E invece io voglio continuare a lavorare, perché dopo un po’ questo diventa più che un mestiere. È un modo per mettere a posto la testa». «Io per esempio è da poco che godo di permessi e quando sono tornato a casa la prima volta i miei familiari mi hanno trovato cambiato». «Insomma, la pena la dobbiamo espiare, e lavorando mi posso misurare con me stesso e con il quotidiano. Ci possiamo riscattare sul serio». «E qui siamo tutti diversi. Ci sono marocchini, albanesi, terroni...». «Soprattutto quelli...». Scoppia una nuova risata. «Ma nessuno vota Lega». Innegabile però il problema degli stranieri, per la maggior parte irregolari, che costituiscono circa il 50 per cento della popolazione carceraria italiana. «La difficoltà sta nel fatto che queste persone rispondono a logiche culturali diverse, ma anche che alla loro scarcerazione spesso segue l’espulsione», risponde il direttore, «quindi uno si interroga sul senso del reinserimento. Però a me piace pensare che il cinese che impara a riparare i computer potrà farne tesoro anche una volta tornato nel suo paese».

Non bastano carceri nuove
Non solo di lavoro si parla. «Qui si scrivono poesie», informa Siciliano. Non fa in tempo a terminare la frase che l’autore gli consegna le sue sudate carte, «mi faccia sapere se le piacciono». All’interno della casa di reclusione di Opera, infatti, il sabato mattina alcuni volontari tengono un corso di poesia. «Io non ho mai studiato né tanto meno scritto nulla», continua il detenuto-poeta, «però durante questi incontri succede una cosa molto insolita per la vita del carcere: ci si confronta, si parla senza filtri». La visita continua passando per la matricola, dove arrivano i nuovi detenuti, vengono registrati e quindi condotti nella loro cella, e oltrepassati gli ultimi cancelli, si esce. Un muro divide l’ex ala del femminile, ora trasferito a Bollate e destinato a ospitare i detenuti del 41 bis, mentre dall’altra parte c’è il Centro diagnostico terapeutico, dove attualmente sono ricoverati un’ottantina di detenuti: «Oltre il 30 per cento», spiega Siciliano, «è affetto da patologie serie». Proseguendo ci sono un campo da tennis, uno di basket e i due campi da calcio. Nota alle cronache, anche grazie alla fiction Liberi di giocare con Pierfrancesco Favino, la squadra composta dai detenuti di Opera che, dopo essere stata ufficialmente riconosciuta dalla Federazione italiana calcio, nel 2002 ha vinto il campionato di terza categoria. Dietro le palazzine delle celle si apre invece la zona delle serre. «Stiamo allestendo questo fazzoletto di terra con una serra e un orto, e abbiamo appena inaugurato “La fattoria di Al Cappone”», una microimpresa agricola finalizzata alla produzione di uova di quaglia. Un prodotto che si desidera commercializzare attraverso il canale Coop. Insomma «avrà ormai capito che si tratta solo di investire. L’assistenzialismo non centra niente. Piuttosto si tratta di applicare nel miglior modo possibile la normativa».
La Costituzione italiana prevede infatti che la pena debba tendere al recupero del condannato. Un monito che affonda le radici nella storia del diritto, che è poi storia di civiltà, dell’Europa. «La nostra normativa è moderna e garantista, perciò, in tema di sicurezza non basta costruire nuove carceri, meglio lavorare sulle persone. Per questo ho impostato fra il personale e gli operatori un lavoro di équipe con un confronto continuo e un approccio realistico. Solo così possiamo superare la logica dei grandi numeri. Io sono convinto che il carcere possa essere tanto inutile e dannoso, quanto risolutivo. Per questo dico che deve diventare anzitutto un sistema culturale».

«Cosa pretendi di insegnarmi?»
Un direttore, Giacinto Siciliano, dall’animo imprenditoriale. Ricorda come in Inghilterra ci si serva del project financing per la realizzazione delle strutture carcerarie. «Una buona soluzione, ma tutto dipende sempre dal sistema di riferimento. Se non è pronto, si rischia di ripiegare unicamente sul discorso economico, adeguandosi alla logica del profitto. Invece bisogna lavorare su sistemi integrati e misti, in cui l’impresa possa operare in un contesto gestito dal pubblico in condizioni di massima efficienza. Questo diventa fruttuoso per tutti perché, faccio un esempio, se i camion delle aziende che entrano in carcere hanno l’esigenza di scaricare e caricare la merce in tempi molto brevi, quei controlli vanno fatti bene in tempo rapido, il carcere stesso deve diventare “efficiente”, altrimenti il giorno dopo qui l’imprenditore non entra più». Una breve pausa e abbozza un sorriso. «Ma la cosa più importante è che con il lavoro si priva il detenuto dell’alibi: se lo Stato non si impegna a proporre una possibilità di recupero, un’alternativa, chi viene recluso si sente in diritto di non collaborare. Sta poi alla singola persona decidere se accettare o meno l’occasione offerta. È una questione di responsabilità». Non stupisce allora la sentenza di John F. Kennedy incorniciata sul muro dello studio del direttore: «Un uomo fa quello che è suo dovere fare. Quali che siano gli ostacoli, i pericoli e le pressioni e questa è la base di tutta la moralità umana».
Alla domanda, se ha visto il frutto di tutto questo impegno, Siciliano annuisce: «Forse i numeri non sono tanti, ma i risultati qualche volta si vedono. Ogni persona ha un punto debole, qualcosa che, se adeguatamente stimolato, può portare a un cambiamento, può dare la forza necessaria a superare difficoltà, non sempre riconducibili al singolo». E accenna a un episodio degli anni di Sulmona, quando un padre ergastolano scrive, straziato, una lettera al figlio sedicenne che è stato arrestato e ne riceve una risposta dolorosamente prevedibile: “Proprio tu, cosa pretendi di insegnarmi?”. «È sempre la questione dell’alibi. Puoi decidere se avere un rolex in meno, ma poter vedere tutti i giorni tuo figlio. La scelta sta a te. Si deve solo accettare il rischio». Allora non avrebbe problemi ad avere come vicino di casa un suo ex detenuto “recuperato”? «Nessun problema».

 

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